IL DOLORE , COS'E' E PERCHE LO PROVIAMO?

Aggiornato il: 23 mar 2020

Esistono diversi tipi di dolore, ma in generale il dolore è definito come: “Qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico” ( cit. dizionario Treccani). 


Anche se ormai è risaputo che il dolore è soggettivo, in pochi sanno cosa succede nel nostro corpo quando veniamo sottoposti a uno stimolo doloroso e soprattutto perché per alcuni la sensazione di dolorosa è più intensa di altri.


Il dolore è una risposta che si ha in seguito a un danno tessutale. Anche se viene percepita nella maggior parte delle volte come una risposta immediata ( pensiamo per esempio a quando ci tiriamo una martellata su un dito), questa risposta è in realtà l'effetto di una serie di comunicazioni e rielaborazioni molto complesse tra la periferia del nostro corpo e il cervello.


Questa rete di comunicazione prende il nome di nocicezione.


I nocicettori trasmettano il segnale doloroso meccanico e lo convertono in attività elettrica, in modo che possa essere elaborato meglio dal nostro cervello.


Questo messaggio viene trasferito dalla periferia verso il nostro cervello. Il tragitto viene effettuato grazie ai neuroni, che interagendo tra loro, trasportano il messaggio del danno. Questa interazione viene chiamata sinapsi.



Il primo neurone coinvolto è quello che trasporta l’informazione fino al midollo spinale. Qui a livello delle corna posteriori del midollo, questo neurone entra nel nostro interagisce con un secondo neurone, che ha il compito di portare il segnale lungo tutta il midollo fino al cervello.

Nel cervello l’informazione ricevuta viene rielaborata a diversi livelli.

Il primo è a livello del Bulbo, una struttura che regola le reazioni incoscienti e tutte quelle attività che avvengono anche se noi ci dimentichiamo di loro e senza le quali non potremmo vivere; come per esempio il respiro e il battito del cuore.

Qui l’informazione dolorosa attiva delle vie ascendenti che ci permettono di allontanarci dallo stimolo doloroso, questa reazione è associata anche a un aumento di attività cardio-respiratorie.

Parte della nostra informazione invece prosegue il suo corso raggiungendo il Mesencefalo, una parte del cervello situata sopra il Bulbo. In quest'area vengono attivate delle risposte ormonali.

Infine l'ultimo fascio di fibre prosegue ancora più in alto andando a toccare un'area chiamata Sistema Limbico.


Il Sistema Limbico è un'area molto complessa, che è costituita da tre principali strutture: Amigdala, Talamo e Ippocampo. Queste strutture hanno un ruolo chiave nell'elaborazione delle emozioni.


Il Sistema Limbico memorizza le esperienze passate; in particolar modo esse registrano maggiormente gli eventi negativi e traumatici che abbiamo vissuto.


Qui il secondo neurone fa sinapsi con un terzo neurone.

Da qui parte una risposta di modulazione del dolore. Il nostro corpo è infatti in grado di produrre degli oppiodi endogeni, essi hanno lo scopo di farci provare meno dolore.

In questa parte avviene anche un’importantissima azione di confronto: la sensazione dolorifica qui viene confrontata con i nostri ricordi inconsci e relazionandoli ad essi influisce sul nostro modo di viverli.


Il terzo neurone, dopo essere stata analizzata dal nostro complesso sistema limbico, raggiunge una zona del cervello morto importante: la corteccia cerebrale.

La corteccia cerebrale è lo strato più esterno del nostro cervello, si divide in aree differenti, ma tendezialmente regola le nostre funzioni cognitive, il pensiero logico, la memoria e il comportamente.

Giungendo in questa parte il terzo neurone attiva sensazioni diverse e risposte comportamentali in base alle informazioni che erano immagazzinate nel nostro Sistema Limbico, quindi in base alle nostre esperienze pregresse.


Questo sistema di comunicazione è molto complesso come potete vedere ( e ho cercato si semplificarvelo il più possibile), ma la cosa sorprendete è che in realtà avviene in maniera rapidissima.


Il sistema Limbico è l'area del nostro cervello che gioca un ruolo fondamentale e, come molti di voi avranno già capito, fa si che questi segnali chimici e elettrici si trasformino in esperienze diverse per ognuno di noi in base al nostro vissuto e quindi che ognuno di noi viva la sensazione dolorosa con percezione e modalità differenti.


Quando la nostra sensazione dolorifica raggiunge quell’area del cervello, se vi sono ricordi inconsci di esperienze simili che abbiamo vissuto nel corso della nostra vita, essi contribuiscono a influenzare lo stato d’ animo riferito alla esperienza dolorosa del momento presente.


Questo è per esempio il motivo per cui bambini che hanno vissuto esperienze di malattia da piccoli e sono stati sottoposti a procedure mediche invasive hanno una soglia del dolore più bassa quando si sottopongono a procedure simili da adulti.


Il dolore è quindi un meccanismo molto complesso, che ognuno di noi vive in base alle esperienze pregresse e agli stimoli che il suo cervello ha registrato nel corso della propria vita, per lo più inconsci. E’ per questo motivo che è difficile standardizzare il dolore.

Al giorno d’oggi ci sono certamente molto farmaci per il suo controllo, ma vi sono anche tecniche che vanno ad agire a livello del sistema Limbico che permettono di ridurre la nostra percezione del dolore, tra queste negli ultimi anni è risultata molto efficace la meditazione.


Sono infatti numerosi gli studi scentifici che ne provano benefici e tra questi molti hanno dimostrato come una pratica meditativa costante migliori la percezione del dolore .


Quindi Quando proviamo dolore, ma in generale quando abbiamo a che fare con la nostra salute,  ricordiamoci che la nostra reazione non solo è mediata dalle nostre esperienze, ma che oltre ai farmaci possiamo attivamente fare qualcosa per cercare di alleviare la nostra sensazione e migliorare la nostra situazione.


  • Effect of Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) in Increasing Pain Tolerance and Improving the Mental Health of Injured Athletes. Mohammed , Pappous , Sharma .

  • Mindfulness meditation–based pain relief: a mechanistic accountFadel Zeidan1 and David Vago2 1Department of Neurobiology and Anatomy, Wake Forest University School of Medicine, Winston- Salem, North Carolina2Department of Psychiatry, Brigham and Women’s Hospital, Boston, Massachusetts



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